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Google: un motore di ricerca che diventa un competitor

Il peso di Google online: alcuni dati

Allo stato attuale, il 92,71% di tutte le query di ricerca inserite online è stato fatto tramite Google. In altre parole, più di nove utenti Internet su dieci che cercano informazioni online lo fanno tramite questo motore. In confronto i suoi rivali più vicini, Microsoft Bing e Yahoo!, spartiscono con pochi altri le query di ricerca rimaste. Le quote di mercato di Bing e Yahoo! sono rispettivamente del 2,32% e dell'1,59%, senza alcuna chance di insidiare il monopolio di “Big G”.

Analizzando altri competitor nel resto del mondo, il principale motore di ricerca cinese, Baidu, ha una quota di mercato dell'1,06%. È importante notare come in Cina Google sia uno dei numerosi colossi del tech banditi, pertanto questa percentuale rappresenta la stragrande maggioranza delle query immesse nel paese. Infine troviamo Yandex, motore russo, allo 0,56%. Con tali dati, non vi è dubbio che l'attuale monopolio del settore sia in mano alla compagnia Californiana di Mountain View.

Dove si svolge la vera competizione di Google

Google domina chiaramente il mercato della ricerca Web e Amazon non è un concorrente diretto nel dominio generale. Tuttavia, quando le persone cercano un nuovo rasoio o tosaerba o shampoo o quant'altro, possono cercare su Google o possono cercare direttamente su Amazon. Infatti, come dichiarato da Erich Schmidt (Presidente del consiglio d’amministrazione di Google) già nel lontano 2014, i soggetti in grado di concorrere con Big G sono ben diversi da quelli appena citati. Gli attuali giganti dell’industria del Tech, fondamentalmente, hanno raggiunto un tale livello di monopolio verso le rispettive concorrenze che la vera competizione ormai ha sorpassato le limitazioni imposte dai singoli settori di riferimento.

Analizzando il mercato americano dell’e-commerce, Amazon porta in campo numeri impressionanti: secondo un rapporto dell’agenzia di ricerca CivicScience, durante la ricerca di un prodotto quasi la metà degli americani (49%) inserisce la propria query su Amazon.com, mentre solo il 22% si rivolge a Google. Non sorprende inoltre che i membri di Amazon Prime inizino le loro ricerche proprio su questo portale, in maggioranza schiacciante. Quasi l’80% degli utenti che usano Prime settimanalmente intraprendono le loro ricerche con Amazon; anche tra gli utenti non Prime, la compagnia di Bezos occupa ancora il 37% delle ricerche preliminari d’acquisto.

In tutto questo, è importante sottolineare il ruolo giocato dai device utilizzati, smartphone su tutti: le shortcut presenti sui propri display, così come le applicazioni ufficiali, permettono all’utenza di saltare lo step intermedio della query su Google, rendendo quindi possibili e maggiormente attendibili le percentuali menzionate.

Da motore di ricerca a motore di risposta

Il monopolio di Big G ad oggi è pressoché totale, ma non bisogna illudersi: la compagnia negli ultimi anni sta adottando una serie di misure per difendere la propria quota di mercato. La più grande fonte di traffico sul web, infatti, sta manifestando sempre di più la tendenza a voler competere direttamente con le realtà che l’hanno aiutata a diventare un potere monopolistico e dominante. L’intervento di Rand Fishkin, fondatore di Moz e Sparktoro, “Google in 2020: From Everyone’s Search Engine to Everyone’s Competitor” fa luce su diversi aspetti meritevoli di approfondimento.

Partendo proprio dal titolo, Google sta abbandonando il suo ruolo di motore di ricerca (search engine) per avvicinarsi a un motore di risposta. Cosa significa questo? L’insieme di algoritmi che elaborano le query stanno raggiungendo un livello di complessità tale da privilegiare un search intent informazionale rispetto a quello transazionale o navigazionale. Un esempio? Le Google Accelerated Mobile Pages. Si tratta di un formato di pubblicazione sviluppato da Google come concorrente degli articoli istantanei di Facebook; ottimizzato per la navigazione, si manifesta all’interno delle SERP come un box in primissimo piano, spostando in giù i primi risultati indicizzati e di conseguenza “cannibalizzando” il traffico ai siti meglio posizionati.

Un altro dato importante? A settembre 2019 “il 7,5% di tutte le ricerche ha portato a un clic su una proprietà Alphabet", ossia la holding proprietaria di Google e delle applicazioni a lui connesse. Quindi, già oggi, “Google è il principale beneficiario della Ricerca su Google, perché nessun altro sito si avvicina a quel dato del 7,5%”

Come può un brand competere con Google?

Così come Amazon, un’ottima strategia per scavalcare i “filtri” del motore di ricerca è quella di portare il brand, nella percezione della propria clientela, nella posizione di “top of mind”, creando un’effettiva domanda. Così come un utente in cerca di un particolare video ha molte possibilità di aprire direttamente l’applicazione di Youtube o digitare una query con la massima intenzionalità, così facendo il brand bypasserà di fatto tutte le proposte alternative nelle SERP.

Secondariamente, ragionando in ottica SEO, ci si può ritrovare di fronte ad un dilemma: è meglio ottimizzare i propri contenuti con delle KW ad alto volume di ricerca? Così facendo, ci sono maggiori possibilità di ottenere un buon ranking, ma ciò va di pari passo con l'eventualità che Google “prelevi” dei dati strutturati per utilizzarli all’interno di un proprio box di risposta diretta. La strategia alternativa, invece, consiste nel lasciare questi box alla concorrenza, focalizzandosi su KW di minore traffico e costruendo la propria audience secondo una dinamica Long tail.

In conclusione, la competizione che Google porta all’interno delle proprie SERP è una realtà ormai consolidata, ma una buona comunicazione del proprio brand, unita ad una strategia di SEO e content management adeguata, permetteranno maggiori chance di successo in un ambiente digitale sempre più complesso e dinamico.